03 La fede tradita (terza parte).

Punti salienti:

  1. Una considerazione.
  2. Il vero problema sul tappeto.
  3. Il turismo a chi se ne intende.

1 – Una considerazione.

 Tutto sommato, si sapeva che il Codice Civile stabiliva delle regole per il bilancio aziendale, mentre il bilancio per il fisco era diverso…

Questo è il vero problema: lo abbiamo accettato. E non solo noi, ma tutta la civiltà occidentale e anche i giapponesi. Poi, c’è chi va meglio e chi, come noi, non va tanto meglio..

 Abbiamo perso la sensibilità: non è moralmente accettabile un doppio bilancio aziendale.

Colui che ha deciso di scrivere sul Codice Civile che l’azienda, nella distribuzione degli utili, doveva essere prudente?
Sapeva che il fisco non avrebbe accettato? Qual è il bilancio giusto? Quello proposto dal fisco, che ignora i dettami della prudenza?
 Quindi non bisogna essere prudenti?

Per il momento accontentiamoci di dire che non dovrebbero esserci regole o leggi che si contraddicono.

Questo succede perché il fisco ha fame e il legislatore non vuole limitare l’ingordigia del fisco. Altrimenti si sarebbe dovuto dire: “Il bilancio deve accantonare prudenzialmente quanto stabilito dal Codice Civile e qualsiasi legge contraria, nella lettera o nello spirito, deve ritenersi nulla.

Anzi, nella Costituzione di un paese dovrebbe esserci un articolo numero zero che dice: “Questa Repubblica non accetterà mai leggi contraddittorie. Ogni nuova legge potrà essere promulgata solo se non contraddice leggi già esistenti. Il Codice Civile e il Codice Penale regolano la tutela di questo articolo costituzionale.”

Abbiamo un numero infinito di leggi proprio per una disonestà di fondo.

2 – Il vero problema sul tappeto.

 Il vero problema è che il Parlamento non dovrebbe legiferare su tali argomenti, dovendosi limitare solo alle questioni internazionali e alla gestione della magistratura. Il Parlamento può chiedere imposizioni fiscali solo su questi due citati argomenti, dovendo per il resto rimettersi alle decisioni degli enti preposti all’economia e agli enti morali-culturali.

 Dovrebbero esistere delle istituzioni del commercio e del lavoro che prendono decisioni del genere: solo tali istituzioni possono decidere, nel loro stesso interesse, quali siano le tasse da far pagare a chi lavora, a chi produce e a chi commercia. E gran parte delle tasse vanno indirizzate a favore delle istituzioni culturali, scuole, ricerca, sanità, previdenza eccetera. Non c’è nessuna ragione per cui i politici ci debbano mettere il becco, se non per favorire i loro clientelismi.

 Il professore che insegna agli allievi i princìpi dell’economia, non può spiegare che esistono due bilanci, uno prudenziale ipocrita e uno fiscale da balzello. Il suo prestigio, la sua forza spirituale saranno vanificati, rimarranno, in tal caso,  i professori peggiori (succede, infatti) e gli allievi capiranno che stanno vivendo in un paese disonesto.

Il politico non può pretendere che gli allievi siano intelligenti quando gli comoda e siano stupidi quando gli comoda.

 Comunque, la situazione ormai è arrivata agli ultimi termini e sembra che ancora il politico non se ne renda conto.

 Il sistema attuale non può funzionare, per il semplice motivo che un politico non può essere competente in argomenti come la medicina, il commercio, l’industria, l’arte militare, il turismo, lo spettacolo, le arti, la previdenza sociale, la sanità, il diritto internazionale, l’ordine sociale, il diritto di famiglia, il diritto matrimoniale, gli spettacoli televisivi, il teatro… devo proseguire?  Se è competente in tutte queste materie, meriterebbe sicuramente sette mila euro lorde al mese. Ma non lo è, e quindi merita meno.

 Spaziare in tutti questi argomenti serve solo ad aumentare le probabilità di clientelismi.

Ma non solo: ogni due anni, ad essere generosi, ci sono le elezioni ed arriva una nuova masnada che contraddice quanto fatto dalla precedente, che ha interessi diversi, che è stata eletta con criteri diversi, che dagli enti internazionali viene sottoposta a sollecitazioni diverse…

Insomma, non è una situazione seria e sembra che nessuno abbia la soluzione.

 

3 – Il  turismo a chi se ne intende.

 Per il turismo, con buona pace dei politici, ci saranno degli enti con degli eletti, i quali si saranno sempre occupati di turismo.

Questi eletti, per essere eletti appunto, dovranno avere capacità dimostrate, dovranno aver operato nel turismo come bassa forza o forza intermedia per due anni, per aver conseguito un tirocinio e per vedere i problemi nella visuale vera e non teorica. Il figlio dell’industriale, anche se si è laureato, non è sempre in grado di sostituire il padre. Questo dimostra che una laurea non sempre è sufficiente.

 Competente per il turismo non potrà essere il politico che sino a ieri si era occupato di navigazione inter-lagunare.

Questi pochi spunti sono sufficienti per riflettere abbondantemente.

 La ristrutturazione di Pompei va assegnata a chi ha fatto qualcosa (e con successo) nel settore del turismo, non ad un politico. Questo qualcuno deve esporre il suo piano, il quale sarà accettato e ratificato dalle organizzazioni culturali, turistiche ed intellettuali. Non vedo perché dovrebbe esserci un politico.

Chi ha eletto un politico, lo ha eletto per Pompei? L’elettore, a sua volta, che competenza aveva di archeologia, turismo o quant’altro e cosa sapeva di questo politico? O il politico è stato addirittura eletto dal partito?

 Il denaro per Pompei viene stampato dalle banche con un apposito decreto degli enti morali e commerciali, non si tratta di denaro fittizio, ma di denaro vero al quale dovrà corrispondere un aumento del prodotto-turismo. Il denaro dovrà essere restituito con profitto: “Abbiamo approvato il tuo programma, ti vengono assegnati 100 milioni di buoni-Pompei che spenderai per costruire e valorizzare l’area e gli introiti dovranno essere questi e questi: una commissione culturale controllerà se ti stai comportando onestamente.”

L’Unione Europea non può e non deve dire niente in questo contesto. Certo che se i politici hanno indebitato il paese sperperando, saranno esiliati e i loro beni saranno confiscati. Ovviamente, il piano Pompei dovrà avere l’approvazione degli enti morali e culturali, dove chi comanda avrà a sua volta dimostrato con la gavetta di sapere quello che fa. O arriva il politico nipote dello zio?

Non possiamo più scherzare.

Io pensavo di dare in affitto Pompei ad Israele per 99 anni. Pensate che ci converrebbe? Se la risposta è sì, significa che non abbiamo più niente da perdere e che dobbiamo (ancora…) tirarci su le maniche.

 Chiaramente, oggi siamo distanti anni luce da questi discorsi. Porto l’esempio dell’ingegnere che costruisce un ponte. Dopo quindici giorni il ponte crolla. Anche il ponte costruito precedentemente gli era crollato miseramente: questo ingegnere non troverà più un cane che si fiderà di lui.

Non aveva un modello di ponte nella sua testa ed ha fallito il suo compito: nello stesso modo, i nostri politici, o meglio, il nostro sistema di civiltà.

Il politico fa di peggio, ma essendo la gente incapace di giudicare, c’è sempre il dubbio che non sia colpa sua. Sicuramente la colpa è del sistema, mai del singolo.

Il politico non deve sbagliare, così come non deve sbagliare  l’ingegnere. Se è competente, va lasciato lavorare e poi, eventualmente, pagherà. Avremo ben presto la seguente confessione: “Col sistema attuale, non faremo mai niente: dobbiamo fermarci.” Sarà il politico stesso a rendersi conto che ci vuole competenza ed idee chiare: ma fino ad ora ha gabbato gli allocchi e se dipendesse da lui andrebbe avanti per l’eternità, incredulo di quello che la gente gli lascia fare.

Si sente dire in certi ambienti politici che non si può lasciare il paese in mano ai ricchi. Verissimo: dobbiamo dare il paese in mano a chi è partito dal niente ed ha dimostrato di saper fare qualcosa. Quest’ultimo, tuttavia, per sopravvivere, ha dovuto ungere ed oliare.

Dobbiamo distruggere il sistema di oliatura e dare le possibilità a chi è capace di avere successo onestamente. I risultati verranno. Sino a quando le banche prestano i soldi ai loro compari, difficilmente andremo avanti. E al piccolo non prestano niente, ma non solo perché non ci credono ma anche perché sanno che, dato il sistema attuale, per emergere molto probabilmente il nuovo arrivato dovrà sottostare e partecipare a giochi poco puliti.

 Sino ad ora abbiamo pagato degli ingegneri che non sanno fare i ponti, ovvero politici che non hanno saputo costruire un paese dove ormai difficilmente si può rimediare in modo indolore.

 Per dirla con Cicerone: “Sino a quando?”.

 

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